Il pensiero

Il rapporto terapeuta-paziente

In un contesto antropologico ciò significava porre le basi per una visione dell’uomo che, superate le ristrettezze dello psicologismo e del riduttivismo, accettasse a pieno titolo la dimensione spirituale-noetica. In riferimento invece al rapporto terapeuta-paziente, ciò rappresentava un ribaltamento dell’idea che la guarigione fosse di esclusiva spettanza del terapeuta, nel senso che toccasse a lui dare la ‘vera’ interpretazione eziologica del disturbo e, di conseguenza, fornire le ‘vere’ indicazioni di trattamento, lasciando al paziente un puro e semplice adeguamento passivo. Invece, “non appena, nell’ambito dell’analisi esistenziale e grazie all’intervento dello psicoterapeuta, il paziente diventa cosciente della sua essenziale responsabilità, dovrà cercare di rispondere alle seguenti domande fondamentali: 1) davanti a chi si sente responsabile? (se, per esempio, davanti alla propria coscienza o davanti a Dio) e 2) di che cosa si sente responsabile, cioè a quali valori concreti si dedica, in quale direzione trova il senso della propria vita e quali compiti lo impegnano?” (ibidem, p. 38).

Accettare l’uomo come totalità vuol dire, per Frankl, riconoscere a pieno diritto il confronto tra terapeuta e paziente sulle questioni radicali della vita, nella prospettiva quindi di una Weltanschauung che ponga in primo piano la ricerca di risposte significative e non le dinamiche intrapsichiche di complessi o di sentimenti di inferiorità. “2 x 2 = 4 anche se è un paralitico ad affermarlo! Senza dubbio non ci accorgiamo di un errore di calcolo in quanto psichiatri, ma solo rifacendo le operazioni matematiche. Quindi, anche il medico deve sforzarsi di rendere ragione al paziente filosofo e non deve permettersi di fuggire dinanzi a delle argomentazioni (…) invece di confutarle oggettivamente, soffermandosi a livello di contrapposizione teorica” (Frankl 1939, p. 708).

Emerge a questo punto un problema nodale, ed è quello della neutralità all’interno di un rapporto terapeutico. Da una parte, infatti, appare sufficientemente chiaro che il terapeuta ha il potere di influenzare la visione della vita e del mondo del paziente. Dall’altro è altrettanto ovvio che il paziente ha il diritto di veder rispettate, e non svalutate, le sue convinzioni, e soprattutto di essere aiutato ad operare con libertà e responsabilità. “Ci troviamo, dunque, di fronte al dilemma: da una parte, la necessità e la presupposizione di valori, dall’altra, l’impossibilità morale di un’imposizione. E ritengo che sia possibile una soluzione, ma solo una determinata soluzione! Infatti, esiste un valore etico formale che costituisce la condizione indispensabile di ogni altra valutazione, senza per questo determinare alcuna gerarchia: la responsabilità! Essa rappresenta quel valore limite di neutralità etica verso cui la stessa psicoterapia, in quanto procedimento che esprime una valutazione implicita o esplicita, può e deve inoltrarsi. Il paziente che nel trattamento psicoterapeutico e attraverso di esso giunge ad una profonda consapevolezza della propria responsabilità, come caratteristica essenziale della propria esistenza, perviene automaticamente a delle valutazioni che sono in consonanza con se stesso, con la sua personalità unica e con il suo proprio irripetibile destino.
La responsabilità costituisce in un certo senso il lato soggettivo, mentre sul lato oggettivo si trovano i valori: la loro scelta e il loro riconoscimento avvengono senza alcuna imposizione da parte del medico” (Frankl 1939, pp. 708-709).

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