Il pensiero

Esigenze per un incontro autentico

Quali esigenze allora occorre che stiano alla base di un autentico e responsabile incontro, così da aiutare la piena maturazione di motivazioni autentiche? Eccone brevemente alcune.

a) Uscire dall’anonimato costruendo un’identità forte, grazie alla quale agire con responsabilità e con entusiasmo, senza mezze misure, senza nascondigli, senza maschere sul volto. Uscire dall’anonimato vuol dire conquistare un modo di pensare, un modo di rapportarsi agli altri, uno stile di vita, un cuore che pulsa con chi soffre e che sa prendere posizione anche nei riguardi di strutture eccessivamente monolitiche, incapaci di flessibilità e orientate solo all’osservanza di norme di comportamento fredde e impersonali. Uscire dall’anonimato vuol dire essere creativi nelle iniziative, partecipare attivamente alle gioie e ai dolori, saper chiamare per nome qualunque persona, sia essa malata o anziana o handicappata o di colore o analfabeta.

b) Partecipare attivamente sia nel senso che ogni gesto, per quanto piccolo e nascosto, contribuisce alla trasformazione del mondo, così come ogni goccia d’acqua va ad alimentare in un modo o nell’altro il grande oceano, e sia nel senso che è importante non stare alla finestra a guardare ciò che altri, magari per interessi privati, decidono sulla pelle degli altri. La partecipazione esige un impegno sociale concreto, fatto di scelte coraggiose, talvolta controcorrente, capaci di mettere sempre in evidenza le esigenze e i diritti delle minoranze, dei poveri, degli ultimi, degli esclusi, degli emarginati.

c) Sentirsi parte a un gruppo: questo non solo rappresenta la soluzione alla solitudine che sempre più spesso avvolge l’uomo e gli impedisce di essere sereno (saremmo nella prospettiva dei “bisogni”), ma costituisce il luogo in cui incontrare altri soggetti unici e singolari, anch’essi in cammino, anch’essi orientati verso uno scopo, anch’essi animati da una profonda volontà di significato. Appartenenza, allora, vuol dire accettazione della diversità, comprensione dei limiti, riconciliazione con se stessi (perché magari sono emerse motivazioni erronee alla base della propria scelta di vita) e riconciliazione con gli altri (perché anch’essi possono aver operato delle scelte solo come fuga o come ripiego). Appartenenza significa operare il passaggio da un sistema motivazionale insufficiente e magari riduttivo, di basso cabotaggio, a un sistema motivazionale aperto, di ampio respiro, capace di abbracciare l’altro nella sua povertà e nella sua pochezza, dimostrandogli calore, supporto, amicizia, fraternità, solidarietà, consolazione, vicinanza.

d) Scegliere una guida spirituale che non si sostituisca alle proprie personali decisioni e non si faccia garante indiscriminato di eventuali fallimenti, togliendo la responsabilità e la libertà, ma cammini accanto suscitando domande e risposte, sostenendo nelle difficoltà e rallegrandosi nelle gioie, favorendo l’impegno e aspettando con pazienza quando il passo si fa un po’ più lento. Una guida spirituale, ovviamente, non comporta un atteggiamento di devozione quasi isterica, una sottomissione impersonale e anonima, un continuo processare intenzioni e comportamenti.

Strategia della speranza

L’incontro con la persona sofferente, con l’anziano, con il malato terminale ci offre certamente l’interrogativo: “Mi aiuti? Ho bisogno di te!”. Ma ad un livello più profondo, più intimo, chiede a ciascuno: “Tu, dove sei? Cosa vuoi fare della tua vita? In quale direzione stai andando?”.

Il meccanismo della compassione, del cum patire, scardina in tal modo il nascondimento, la chiusura in sé, fa uscire dal guscio in cui ci si è rintanati, apre uno spiraglio al qualcosa, al qualcuno che ci cerca, apre la possibilità dell’incontro, dell’accoglienza.
Cogliendo la domanda che l’altro mi pone, per il semplice fatto che egli esiste, che io lo vedo e lo incontro, la mia vita diventa cammino e si trasforma in strategia di speranza, poiché la sua forza riposa nel coraggio di amare.

Pagina 1 2 3 4 5 6